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Modelli e strumenti educativi

News e Opportunità di Cantiere Giovani

Un editoriale digitale e cartaceo per non perdere l'occasione di restare aggiornato e partecipare alle iniziative che animano la tua comunità!

QUANDO IL LAVORO VA PAGATO

DAL PROFITTO CAPITALISTICO ALL'IMPEGNO CIVILE

N.2 2026

Nel sistema capitalistico tradizionale, il concetto di retribuzione è indissolubilmente legato alla produzione e alla generazione di valore economico. In questo modello, il dipendente scambia il proprio tempo e le proprie competenze per produrre un bene o un servizio che genera profitto per l'imprenditore o il padrone. Il lavoro diventa così un mero fattore produttivo, una merce inserita in una logica di accumulazione dove il successo si misura attraverso la crescita del capitale e la massimizzazione dei guadagni individuali.

Il settore del non profit ribalta radicalmente questa prospettiva, proponendo un paradigma in cui il lavoro cessa di essere un ingranaggio della catena del profitto per diventare uno strumento di sviluppo comunitario e di impegno civile. Chi opera nel terzo settore non lavora per arricchire un singolo individuo o uno stakeholder, ma per impattare positivamente sulla società. Qui, il motore primario dell'azione non è la produzione di ricchezza finanziaria, ma la volontà insita di trasformare e migliorare il contesto sociale in cui si vive.

Questo non significa che il lavoro nel non profit debba essere sinonimo di gratuità o sfruttamento. Il principio secondo cui "il lavoro va pagato" rimane sacrosanto: i lavoratori del terzo settore necessitano e hanno pieno diritto a una retribuzione dignitosa che garantisca loro il sostentamento economico. La differenza fondamentale risiede nella destinazione del valore generato. Se nel profit il surplus economico va a incrementare il patrimonio dell'imprenditore, nel non profit ogni risorsa viene reinvestita nella missione sociale e nella comunità stessa.

In conclusione, lavorare nel non profit significa ridefinire il senso stesso dell'occupazione. Le persone che scelgono questo percorso si impegnano spinte da una profonda adesione valoriale e dalla convinzione che il proprio tempo debba servire a costruire un bene comune. Il compenso economico diventa così il mezzo per garantire la sostenibilità della vita del lavoratore, mentre il reale appagamento e l'obiettivo finale risiedono nell'impatto civile e nel cambiamento sociale generato.

NESSUNO EDUCA NESSUNO

N.1 2026

Siamo tutti chiamati a cedere qualcosa, se vogliamo anche ottenere?

Il compromesso è uno strumento giusto, a patto che nasca da una dialettica tra tesi diverse ma ugualmente legittime. Tuttavia, una società che ambisce a definirsi comunità non può accettare che esistano persone costrette a vivere in case senza luce naturale, immerse nell’umidità e prive di riscaldamento, né che genitori non riescano a garantire un’alimentazione sana ai propri figli.

Uno Stato che non garantisce un salario minimo, un reddito per chi vive in povertà e strutture pubbliche di accoglienza per chi è senza dimora, non può dirsi pienamente uno Stato di Diritto. Nel 2025, la popolazione a rischio povertà o esclusione sociale in Italia ha raggiunto il 22,6%, con picchi che sfiorano il 40% nelle regioni del Sud.

Secondo Paulo Freire, combattere la povertà significa innanzitutto "umanizzare" la società, garantendo agli ultimi gli strumenti cognitivi e critici necessari per trasformare le proprie condizioni di vita. Eppure, oggi l’istruzione sembra orientata in senso opposto: docenti ed educatori sono spinti a piegare l'educazione allo sviluppo di competenze individuali spendibili sul mercato, a discapito della formazione del cittadino e del pensiero critico collettivo.

La cecità e la deresponsabilizzazione di chi detiene il potere decisionale si nascondono spesso dietro il concetto semplicistico e discriminatorio di meritocrazia. È certamente più comodo premiare chi si adatta meglio a questo sistema trasmissivo ignorando le disuguaglianze di partenza, specialmente se chi governa ed educa appartiene, per nascita o posizione, alla categoria dei privilegiati.

CHE EUROPA VOGLIAMO?

N.2 2025

Dalla visione lungimirante di Altiero Spinelli, che immaginava un'Europa unita, pacifica e solidale, siamo giunti oggi a un bivio drammatico: un’Unione Europea che si chiude, che si arma, che alza muri reali e simbolici contro “nemici” sempre più fantomatici, alimentando paure invece che costruire ponti.

Un’Europa che sta abbandonando la strada della cooperazione, della sperimentazione sociale, delle politiche inclusive, per rifugiarsi nel protezionismo, nel militarismo, nella difesa miope dei propri confini materiali ed economici. Ma che cos’è davvero oggi l’Unione Europea? E cosa non è più?

Viviamo un’epoca di crisi molteplici: climatica, democratica, sociale, migratoria, economica. Di fronte a queste sfide, l’Europa avrebbe l'opportunità – e la responsabilità – di ripensarsi come spazio politico innovativo, solidale, multiculturale. Invece, troppo spesso, la risposta è la chiusura: alle persone migranti, al dissenso, alle voci fuori dal coro, alla critica verso poteri economici e militari, alla solidarietà internazionale. Il nostro impegno: con la convizione che un’altra Europa è possibile, continuiamo a sviluppare e promuovere progetti ed iniziative per favorire il dialogo, il confronto, l’inclusione, la cooperazione decentrata ed il valore dell’incontro come crescita culturale.

Il nostro obiettivo rimane quello di formare cittadine e cittadini del mondo, prima ancora che europei o italiani, francesi o portoghesi. Abbiamo bisogno di persone capaci di immaginare una società aperta, cooperante, conta- minata positivamente dalle differenze e non chiuse in recinti culturali utili solo a chi ha bisogno di masse per le proprie speculazioni economiche e sfruttamenti geopolitici. Siamo contro l’Europa dei muri e delle armi, incapace di condannare il genocidio in Palestina, che applica sanzioni selettive secondo logiche geopolitiche. Vogliamo un'Europa che investa nella crescita culturale dei giovani, nell’educazione alla pace, nella cooperazione, nella sostenibilità; libera dalla sudditanza agli Stati Uniti, capace di parlare con tutti i popoli del mondo da pari a pari; capace di autocritica, consapevole delle proprie responsabilità storiche e attuali.

Un’Europa libera dal razzismo, fascismo e imperialismo.

PIÙ SOCIALITÀ MENO IDIOTI

N.1 2025
 È proprio la socialità il principio guida di ogni azione, attività e progetto di Cantiere Giovani. L’intento è quello di contrastare la deriva che, nel seno di un sistema capitalista, promuove sempre più l’individualismo e l’egoismo attraverso un modello valoriale che mette al centro la competizione e la prevaricazione di fronte alla cooperazione e alla solidarietà. Un modello, questo, che sta favorendo l’abbattimento dei servizi e del welfare pubblico e il dominio del pensiero idiota.

"Idiota, dal greco Idiotes “uomo privato” in contrapposizione all’ “uomo pubblico”, in pratica chi si preoccupa solo di sé stesso e non favorisce lo sviluppo della solidarietà e della vita comunitaria"

La socialità va intesa come valore e come metodo, che nel facilitare, guidare e promuovere la relazione tra le persone aspira a creare una cultura della cooperazione, dell’accoglienza, della comprensione interculturale, della solidarietà e della fiducia, dove il benessere della comunità e la valorizzazione del bene comune sono le chiavi per la crescita e il benessere della persona individuale.

Diamo ai giovani opportunità di relazionarsi con gli altri in contesti che accolgono la diversità, di sperimentarsi in attività di cooperazione e di impegnarsi collettivamente per migliorare il proprio contesto in risposta al loro naturale bisogno di crescita e affermazione individuale che verrà riconosciuta sentendosi parte della comunità. D’altra parte, nel dialogo con istituzioni, enti pubblici e privati, chi ha fatto la scelta dell’impegno per la comunità attraverso il modello non profit deve avere chiare le proprie finalità e rifiutare l’assimilazione al mondo profit e alle sue logiche dipendenti dal modello economico dominante. Il rischio altrimenti è di diventare un surrogato più economico e di bassa qualità per servizi e interventi sociali, educativi e culturali. Pensiamo che la socialità debba essere messa al centro delle politiche sociali e giovanili e che l’impegno cooperativo e non profit e l’impatto di questi sul benessere della società vada maggiormente riconosciuto e sostenuto in quanto ricchezza non misurabile con gli stessi parametri del profit.

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A CHI CONVIENE L'INCLUSIONE DEI MIGRANTI

DICEMBRE GENNAIO 2025

Alle cooperative? Alla sinistra? Alla destra? Diverse le risposte valide o sconsideratamente errate, a seconda della sensibilità di chi si vede rivolta la domanda, ma anche rispetto alla prospettiva dalla quale si osserva il fenomeno. Non sempre la politica riesce a leggere in tempo reale le tendenze della società. Spesso sono le singole comunità ad organizzarsi senza aspettare normative e prassi politiche, o andando addirittura in controtendenza. I figli della guerra a Napoli erano di gran lunga più integrati di quanto lo erano i loro padri soldati afroamericani, che nello stesso periodo tornati in patria sperimentavano sulla propria pelle l’idiozia criminale della segregazione razziale. In una comunità inclusiva vive ugualmente a proprio agio una persona nata in un altro continente, una persona con disabilità, un nostro figlio, genitore, amico, noi stessi. Vive a proprio agio chiunque non rientra nello standard della norma statistica, ma è portatore di una diversità che necessita di schemi non rigidi per sentirsi inclusa.

Le comunità che provano ad essere inclusive scommettono con fiducia in sé stesse, sono sicure della propria identità e si sentono pronte ad aprirsi ad una positiva contaminazione, includendo al proprio interno elementi culturali che possano arricchirle, senza che ciò metta in discussione quello che sono o che sono state.

Lo fanno insegnando l’italiano agli stranieri, perché intendersi è il primo passo per conoscersi e capirsi. Lo fanno attraverso il volontariato internazionale, che permette ai giovani di conoscere il mondo facendo esperienze di solidarietà. Lo fanno cooperando per riqualificare i contesti urbani degradati, in cui vivono sia italiani che stranieri, accomunati dal medesimo interesse ad abitare un posto migliore, più bello, funzionale ed accogliente.

Quindi, a chi conviene l’inclusione?

Forse, per fortuna, conviene a tutti noi.

ATTIVISMO GIOVANILE, IN VIAGGIO VERSO LA PROPRIA COMUNITÀ

OTTOBRE NOVEMBRE 2024
 L’attivismo giovanile spesso collima con il concetto di “viaggio”, non inteso solo come mero spostamento fisico, ma come forma di vita, spostamento dei confini, per non uscire dalla propria zona di comfort ma allargarla. La possibilità sempre più facilitata, per i giovani, di vivere esperienze all’estero offre loro l’opportunità di crescere lasciandosi contaminare da nuove culture, visioni e tradizioni. Parallelamente il coinvolgimento dei giovani nelle proprie comunità di appartenenza, risulta fondamentale per costruire un futuro più inclusivo e solidale. Iniziative di protagonismo giovanile dimostrano come l’impegno dei giovani possa trasformarsi in un potente strumento di crescita personale e sociale. Questo approccio non solo rafforza il legame con il territorio, ma sviluppa competenze fondamentali come leadership, empatia e lavoro di squadra. L’impegno attivo e il confronto costante tra giovani e comunità, diventa un’occasione unica per comprendere meglio le sfide locali e globali, imparare da altre visioni ed esperienze e portare soluzioni innovative al proprio intorno. Sempre più spesso i giovani richiedono semplicemente fiducia, spetta alle comunità educanti concedergliela, offrendo loro gli strumenti necessari per essere cittadini consapevoli e protagonisti attivi del cambiamento, sia a livello locale che globale.
Sostenere il protagonismo e l’attivismo giovanile significa investire in un futuro migliore, dove i giovani possano costruire una società più giusta e coesa.

LA FORZA DELL'AMICIZIA

LUGLIO AGOSTO 2024

Un altro anno insieme! Abbiamo condiviso la bellezza della diversità, la forza dell'amicizia e la voglia di imparare cose nuove. Con “Cantieri dei Pirati”, “Zenobia”, Scuola Viva, “Milk”, tra le altre iniziative e servizi che Cantiere Giovani rivolge a bambini e ragazzi, contrastiamo la carenza di opportunità del territorio mettendo in primo piano i più piccoli come animatori di sé stessi e semi di cambiamento.

Un modello educativo di socializzazione e potenziamento didattico, dove l’espressività, le arti, il teatro, la pittura supportano anche le competenze scientifiche e tecnologiche, per favorire lo sviluppo relazionale, cooperativo e l'intraprendenza.

Azioni per far conoscere il proprio territorio, individuarne i punti di forza e criticità e progettare piccoli interventi di cittadinanza attiva assieme ai ragazzi. Un ringraziamento doveroso va a tutte le persone incontrate e con le quali è stato possibile dialogare anche quest’anno e costruire opportunità per i più giovani. In particolare ci teniamo a ringraziare:
i referenti delle Scuole: IC G. Genoino, 1° CD Enrico Fermi e IC Capasso-Mazzini di Frattamaggiore; IC C. Colombo di Frattaminore, IC Marconi-Torricelli di Casandrino, CD G. Pascoli e IC Matteotti Cirillo di Grumo Nevano, IC S. Quasimodo di Crispano, IC M. Polo-Galilei e 1° CD G.Rodari di Cardito. Le amministrazioni comunali di Cardito, Casandrino, Grumo Nevano, Frattamaggiore e Frattaminore.
I giovani volontari del Servizio Civile e dei Corpi Europei di Solidarietà per il loro impegno, cura e passione dimostrata.

A tutti i genitori che ci sono stati vicino e che credono in una comunità aperta, inclusiva, partecipativa.

Ai bambini, ragazzi e giovani con cui continueremo a dialogare e confrontarci per promuovere i valori cooperativi, di solidarietà e di crescita libera da pregiudizi e luoghi comuni.



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RIGENERARE SPAZI: LA SECONDA POSSIBILITÀ

MAGGIO 2024
Il secondhand si sa, è il trend del momento: riutilizzare qualcosa di usato, ma che può ancora essere cool e può addirittura rispondere ai criteri di una moda sostenibile.

A ben guardare, anche i nostri territori sono pieni di spazi secondhand: strutture, edifici, palazzetti in disuso, abbandonati e magari vandalizzati.
C’è da chiedersi se anche questi spazi non meritino la possibilità di essere rigenerati ed avere ancora qualcosa da dare alla comunità.
È stato il caso – mediatico - di Caivano, ma è anche il caso del centro sportivo di Via Palermo a Casandrino che, da anni abbandonato, vede ogni giorno bambini e ragazzini che, pur di avere uno spazio per giocare a pallone, si arrampicano su cancelli pericolanti. Ed è anche il caso delle tante ex case custode negli spazi esterni delle scuole che nella maggior parte dei casi, se non sono completamente fatiscenti, sono a tutti gli effetti dei magazzini.
Eppure la rigenerazione di questi spazi significa non solo dare nuova vita ad un edificio, e quindi riqualificare una strada o addirittura un quartiere, ma è simbolo di un territorio che ha cura dei propri luoghi e che piuttosto che investire in nuove strutture (calando così altro cemento di cui ne abbiamo già abbastanza) preferisce ripartire da quello che c’è.
Esattamente come quando non cediamo al fast fashion ma indossiamo la giacca anni ’80 di nostra zia.


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DISPERSI

MARZO 2024

Ci insegnano sin da piccoli a non fidarci, che il mondo è cattivo, che chi fa da sé fa per tre. Siamo circondati da persone che credono profondamente in questi concetti ed agiscono di conseguenza.

Anche le notizie a cui siamo costantemente esposti nella comunicazione globale promuovono la diffidenza verso il mondo, così da farci trasferire questa idea nella nostra pratica di vita quotidiana. Ci spingono a credere che bisogna lottare contro gli altri per sopravvivere, concetti ben architettati da chi detiene privilegi e li mantiene grazie a chi si trova in difficoltà e in condizioni di bisogno.
Questo modello di società ha bisogno della dispersione scolastica, di persone sfiduciate, che aspettano i salvatori della patria di turno al cui volere saranno costrette a piegarsi.
Se non si contrasta questo pensiero dominante, affarista ed egoista, continuerà la disgregazione sociale, l’isolamento degli individui e la guerra tra poveri.
Il cambiamento possibile parte dalla promozione di spazi aggregativi, da luoghi che promuovono l’inclusione scolastica dei ragazzi, l’inserimento lavorativo dei giovani e la partecipazione attiva dei cittadini alla vita della comunità.

Bisogna andare contro corrente: credere nello sviluppo di una comunità più aperta, solidale e sostenibile.

LA RISERVA INDIANA!

GENNAIO 2024

Impegnarsi in maniera strutturata per promuovere più opportunità per tutti, provando a contrastare il disagio e le disparità, ci ha connotati sul territorio come quelli strani, un po’ come gli indiani: scegliere di dedicarsi a tempo pieno alle politiche educative e sociali attraverso una organizzazione non profit, per superare la logica di “aiutare i poveri quando si ha tempo”.

Sono passati più di 20 anni e continuiamo a crescere e a dare risposte sempre più significative ai molteplici disagi che una parte della popolazione subisce. Disagi non affrontati e talvolta direttamente causati dai rappresentanti della politica e delle istituzioni.
Ci è chiara la necessità di un impegno anche culturale, di promuovere modelli in contrasto a quelli di propaganda spettacolarizzata, di chi vorrebbe distinguere i cittadini in buoni e cattivi, dove i cattivi sono sempre rappresentati dagli ultimi o da quelli che la pensano diversamente.
Siamo ovviamente consapevoli che impegnarsi per la comunità vuol dire anche dialogare, confrontarsi, trovare dei compromessi andando oltre i proclami, guardare in faccia le disparità, le ingiustizie economiche e sociali e cercare di promuovere cambiamenti possibili. Cambiamenti che proviamo a raggiungere grazie al lavoro di ricerca, dialogo e confronto continuo con il territorio. Dialogo che spesso manca tra i rappresentanti politici, istituzioni locali e cittadini.
I nostri principi cardine sono cooperazione e contaminazione, il nostro compito è quello di apportare competenze, esperienze e buone pratiche, provare ad individuare spazi e risorse per tracciare percorsi incisivi, partecipativi e di cambiamento. Nei nostri percorsi cerchiamo di coinvolgere chi amministra e chi ha bisogno di sostegno, provando a condividere pratiche innovative e generative di sviluppo.
Promuovere lo sviluppo ed il cambiamento in questo territorio ci fa sentire un po’ come gli indiani d’America. Indiani che, come nei film, sono cattivi o buoni a seconda dell’interesse del regista di turno, in base al loro fine ultimo. Indiani che, buoni o cattivi, alla fine sono considerati diversi dal sistema e quindi meglio relegarli in una riserva.
Siamo consapevoli che rimanere indiani non ci rende la vita facile. Dialoganti ma mai fedeli ai governi di turno, eretici e con voglia ed energia propria per continuare a metterci in gioco e cercare soluzioni nuove per il cambiamento.